Carlo Petrini ricorda papa Francesco a nome suo e di tutte le Comunità Laudato si’
Mi piace pensare che alcune delle parole più importanti della mia vita siano iniziate con una telefonata improbabile: “Sono Papa Francesco”. Pensai a uno scherzo. E invece era lui, che dal Vaticano mi chiamava per ringraziarmi di Terra Madre, di quello che come Slow Food stavamo facendo per la terra e per i popoli che la custodiscono. È stato l’inizio di quella che poi, in 12 lunghi anni, è diventata un’amicizia rara, fatta di dialogo e ascolto, ma anche di risa, tradizioni e ricette condivise. Papa Francesco è stata la conferma che, da agnostico “pio” quale lui stesso mi ha definito (perché a suo parere provo pietas per la natura), la spiritualità non è riservata ai credenti, ma è il rispetto profondo che ognuno di noi può provare a nutrire per la vita, per la terra e per ogni creatura.
Il legame con Bergoglio si è potuto stringere fino a questo punto grazie ad un altro amico, sempre presente nei momenti più intensi di questo percorso: Mons. Domenico Pompili. Uomo di Chiesa, capace di leggere i segni del tempo e di comprendere che oggi la vera pastorale si fa anche nella difesa del creato, Don Domenico, con costanza e determinazione, vive l’impegno di rendere concreto quel messaggio che Papa Francesco ha saputo illustrare meglio di chiunque altro: tutto è connesso. Ancor prima che arrivasse nell’importante sede episcopale di Verona, con Mons. Pompili abbiamo fondato la rete delle Comunità Laudato Si’, un progetto che vuole attuare nei territori il messaggio dell’omonima enciclica di Francesco, attraverso i gesti quotidiani, le scelte individuali, le azioni condivise e la formazione delle giovani generazioni. Non una rete per pochi eletti, ma un movimento popolare, diffuso e allo stesso tempo eterogeneo, dove le differenze (così come la grande diversità dei percorsi di vita di noi due fondatori) non rappresentano un limite nell’agire, ma arricchiscono e rendono più efficacie ogni tipo di iniziativa comune. È in queste comunità che si costruisce l’alternativa concreta alla cultura dello scarto, al consumismo cieco e all’indifferenza.
Ed ecco che, per mezzo dell’impegno e della presenza di questa rete nei territori, il messaggio di Papa Francesco prende forma, dimostrando non solo la veridicità del suo pensiero ma anche la sua effettiva realizzazione. Per questo motivo credo che, senza esagerare, Bergoglio sia stato una delle figure più rivoluzionarie del XXI secolo: con semplicità e convinzione ha posto le basi per un vero percorso del cambiamento, adatto a tutti e per il bene di ognuno. Con la Laudato Si’ non ha solo introdotto la questione ecologica nel cuore del pensiero cristiano, ma ha saputo mostrare come la crisi ambientale sia indissolubilmente intrecciata con la crisi sociale. Il suo grido – quello della Terra e dei poveri – è diventato un richiamo universale. E sebbene la sua parola sia stata inascoltata da molti, Francesco è riuscito in ciò che pochi leader, religiosi o laici, hanno fatto: ridare al popolo il senso della sacralità della terra.
Era un testone piemontese, dicevamo spesso ridendo. Ma testone nel modo giusto: capace di ascoltare, cambiare idea, fare autocritica. Mi raccontò di quando nel 2007, da vescovo di Buenos Aires, partecipò un’assise di vescovi sudamericani con grande diffidenza, in quanto percepiva che la spiritualità venisse messa in secondo piano rispetto all’ambientalismo. Poi, come un frutto della terra, la consapevolezza è maturata in lui, e ha generato un’enciclica che è poesia e politica, scienza e spiritualità, ma soprattutto è l’esempio stesso di quella conversione ecologica che, attraverso il suo Magistero, ha richiesto a tutti i fedeli e non.
Francesco ci ha mostrato che tutto è connesso. Che i migranti che muoiono nel Mediterraneo sono vittime dello stesso sistema perverso che devasta l’Amazzonia. Che non si può separare il grido della terra da quello dei poveri. E noi, con le Comunità Laudato Si’, vogliamo continuare ad agire affinché le sue parole non si affievoliscano. Questa è la nostra promessa, ma è anche il modo in cui diciamo grazie a un Papa che, come un contadino, ha saputo seminare speranza e giustizia. Tocca a noi coltivare il solco che lui ha tracciato. Grazie Francesco.

