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Partire dal cibo per cambiare il mondo

Una Comunità che fa comunità: il 23, 24, 25 luglio si è svolto il primo Web-WeekEnd di bellezza organizzato dalla Comunità Pachamama dal titolo Che cibo fa

Una Comunità che fa comunità: il 23, 24, 25 luglio si è svolto il primo Web-WeekEnd di bellezza organizzato dalla Comunità Pachamama dal titolo Che cibo fa. Nella bellissima cornice di Villa Restelli a Olgiate Olona, nel Varesotto, una tre giorni in cui, partendo dal cibo, si è affrontato il tema dell’ecologia integrale, trattato da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, come risposta ad una crisi che non è solo ambientale, ma che sta avendo anche ricadute politiche, sociali e spirituali.

Sotto il segno della intergenerazionalità e biodiversità umana, in cui la diversità viene vista come un valore e non come un limite, la Comunità Pachamama ha ospitato nelle propri abitazioni weekenders provenienti da diverse zone d’Italia, intervallando momenti di riflessione a quelli di vita condivisa.

Il cibo qui: meno carne, miglior qualità

Il primo intervento è stato quello di Raffaella Ponzio, coordinatrice del gruppo tematico Slow Meat di Slow Food, che ha lo scopo di far nascere una sensibilità diversa nei confronti della carne, ridurne consumi e cercare di sostenere chi pratica un allenamento diverso. «L’allevamento intensivo industriale applica un criterio di razionalità, che non è in armonia con l’agricoltura. In passato, la carne era qualcosa di prezioso e veniva consumata una o due volte alla settimana, generando un impatto di un altro tipo».

Le conseguenze dell’enorme produzione di carne, invece, non si riscontrano solo con i problemi a livello di salute delle persone, ma vanno oltre e toccano tutta la filiera produttiva a partire dai mangimi che consumano gli animali, portando ad un eccessivo sfruttamento delle risorse agricole, con pratiche che minacciano ogni giorno la biodiversità. «Il fatto che le multinazionali, che controllano questo tipo di produzione stiano finanziando la carne artificiale, prodotta da cellule vegetali in laboratorio, ci fa capire che siamo al capolinea dello sfruttamento: conviene dare direttamente la soia alle persone invece che coltivarla per poi nutrire gli animali che non arrivano nemmeno a un anno di età».

Quello che si può fare per cominciare a scardinare questo sistema è consumare meno carne e di migliore qualità, ripensando ad un allevamento sostenibile. «È indispensabile abbandonare idea dell’animale non collegato al territorio in cui è inserito. Per creare un contesto animale adeguato, bisogna cambiare approccio e ricordarci che gli animali fanno parte del nostro stesso regno, anche se non riusciamo più a vederli come tali. Noi vorremmo un allevamento ripensato dal punto di vista delle condizioni di vita degli animali, che possano esercitare tutti i bisogni etologici di specie, un allevamento che non li fa soffrire e consenta loro di godere di spazi all’aperto».

Riportando il tema dell’allevamento sostenibile come collegamento di una possibile rinascita delle zone interne dell’Appennino centrale colpite dal sisma, Raffaella Ponzio ha sottolineato l’importanza di ripensare ad un nuovo modo di stare con gli altri sulla terra. «Da quanto abbiamo percepito dalle testimonianze dei membri della nostra rete locale, ad oggi è stato fatto ancora troppo poco: esiste questo cuore di Italia che sta ancora soffrendo. È invece fondamentale che tutti si facciano carico della comunità, non solo intesa come persone ma fatta anche di piante e animali.

In quei luoghi in cui esiste già un tipo di allevamento all’aperto, stiamo cercando di far rivolgere l’attenzione alle carni ovicaprine per riportare le persone nei luoghi marginali in cui si può fare un tipo di pastorizia supportato da un consumo diverso, che garantisce prodotti dai valori nutrizionali incredibilmente diversi e più interessati dell’intensivo».

Il cibo là: l’impatto nel mondo

Se con Raffarella Ponzio si è ragionato sul “cibo qui”, con il secondo relatore, Mattia Prayer Galletti, si è discusso sul “cibo là”. Nello specifico Galletti, lead technical specialist per l’agenzia dell’Onu Ifad (Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo), ha parlato degli effetti impattanti della nostra azione nel mondo.

«Al momento il pianeta Terra riesce a soddisfare i bisogni alimentari? Sì, ma abbiamo anche persone che non vengono sfamate o persone obese. C’è cibo per tutti ma ci sono problemi di distribuzione. Come garantire accesso al cibo? E come si combatte la povertà? Chiaramente non tutto il cibo è uguale e anche lo spreco non è omogeneo, ogni Paese ha delle politiche proprie di produzione. Anche “laggiù”, però, come nei territori dell’India e del Bangladesh, in cui l’agricoltura occupa una maggiore forza rispetto a noi, si sta assistendo a un fenomeno di veloce urbanizzazione. La superficie agricola si sta riducendo e quella rimasta è andata in crisi, vittima anche del cambiamento climatico».

Per Galletti, l’unica soluzione per contrastare queste problematiche va ricercata nell’agroecologia. «L’agroecologia è un processo che unisce saperi locali con saperi scientifici. Sono conoscenze relative ad un profondo rapporto con le interazioni con la natura, come accade nell’orto sinergico. Se, ad esempio, i popoli indigeni considerano i fiumi come essere viventi, per la scienza essi vengono studiati per le proprietà dell’acqua: il valore aggiunto è l’unione tra le due dimensioni. Fino a poco tempo fa l’agroecologia era conosciuta solo a livello universitario, mentre adesso viene presentata come unica via per riuscire ad affrontaste le debolezze e le sfide ambientali».

Connessioni tra Comunità

E proprio i popoli indigeni sono stati il ponte con il collegamento online con Jean Marconi De Oliveira Carvalho, referente della Comunità Laudato si’ di Brasilia.

«Non si può difendere quello che non si ama e non si può amare quello che non si conosce»: così Jean Marconi ha iniziato il suo intervento, facendosi portavoce dell’esigenza di far conoscere la realtà delle popolazioni indigene, senza che esse subiscano l’influenza occidentale. «La nostra società sta impattando negativamente le popolazioni indigene, anche attraverso l’offerta di cibi che loro non consumano. Bisogna fare attenzione a pretendere di cambiare le loro attività, perché il nostro pensiero non è il migliore per loro. In questo senso, se il mangiare è un atto agrario, è anche un atto politico. Quello che mangiamo ha impatto dirette sulle comunità indigene».

Fare cibo è un atto d’amore

In chiusura di questa intensa giornata, dopo il laboratorio di recupero del cibo, l’intervento di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e ideatore, insieme al vescovo Domenico Pompili, delle Comunità Laudato si’. Petrini, partendo dall’emergenza della situazione attuale, che vede la razza umana in pericolo a causa della sua stessa condotta ha auspicato un cambiamento attraverso un effettiva transizione ecologica.

Bisogna avere la forza di un cambiamento non solo nei comportamenti individuali ma anche nel modo di intendere l’economia, la socialità e la produzione.
Questa è un’epoca in cui è necessario mobilitare le coscienze in maniera molto più forte. Questo deve avvenire con consapevolezza e gioia nei confronti del cambiamento: i grandi cambiamenti si realizzano solo con la convinzione, partecipazione collettiva e con la gioia».

«Fare cibo per gli altri e se stessi è un atto d’amore e se non esiste la transizione alimentare non esiste quella ecologica», ha continuato, facendo riferimento al gravoso impatto che la produzione alimentare sta avendo sull’ambiente (il 34% di CO2 viene prodotta dal sistema alimentare). Per ridurre questi numeri, Petrini ha invitato a seguire delle semplici regole individuali per arrivare ad una vera e propria “comunità slow”. «Quotidianamente, la scelta di dove acquistare le materie prime, la riduzione di plastiche monouso e riscoprire la biodiversità dei prodotti agricoli può fare la differenza. Valorizzare, quindi, un’ economia e una biodiversità locale, con la conoscenza diretta dei contadini e del territorio, sono atti di valenza impressionante che cambiano il mondo».

In conclusione, il fondatore di Slow Food ha fatto riferimento all’importanza di fare rete: «Serve fare alleanza intergenerazionale perché si realizzino quelle mobilitazioni che apparentemente sono di tipo domestico. È necessaria la fraternità, e il senso di reciprocità: c’è un bene fondamentale della comunità che è la sicurezza affettiva e se c’è questo, anche le sfide si possono fare e se avviene la transizione alimentare, avviene anche quella ecologica, così si parla della vita».

Un patto per il pianeta

Dopo le conferenza, l’ultima giornata è stata dedicata alla messa in pratica. Il gruppo si è fatti riunito per discutere sui temi affrontati e per cercare di proporre delle soluzioni reali racchiuse nel “patto per il pianeta”, una carta comune di impegno collettivo e individuale.

La comunità Pachamama con questo evento dedicato alla figura di Agitu Gudeta, imprenditrice casearia etiope uccisa nel dicembre 2020, ha aggiunto un altro tassello all’impegno sociale attivo da diversi anni.

I ragazzi e le ragazze della comunità, infatti, mettono costantemente in pratica i dettami della Laudato si’ attraverso iniziative sociali come l’attivazione di una CSA (agricoltura sostenuta dalla comunità) in cui il lavoro dell’agricoltore è supportato dal fruitore per tutto il percorso produttivo del prodotto, o compagnie per sostenere il progetto di orti in Africa a favore di pazienti sieropositivi e di famiglie in stato di povertà sostenute dal programma Dream della Comunità di Sant’Egidio in Malawi.

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