News, Primo Piano

Per la pandemia, meno controlli in Amazzonia e la foresta è a rischio

Lo denuncia il superiore provinciale dei Missionari Comboniani del Brasile, padre Dario Bossi: «In un anno il disboscamento è cresciuto del 280 per cento ed è ripresa l’estrazione mineraria clandestina»

La Foresta Amazzonica e il grande fiume non possono ringraziare il Covid-19 “perché sono tornati a respirare”, come la natura nei Paesi più sviluppati. Da marzo dello scorso anno, il taglio di alberi è aumentato del 280 per cento, perché in Amazzonia è diminuito il controllo del governo. Ed è ripresa anche l’estrazione mineraria clandestina. Lo denuncia a Vatican News padre Dario Bossi, superiore provinciale dei Missionari Comboniani del Brasile, membro della Repam e della Rete Iglesias y Minería, uno dei 113 padri sinodali che nell’ottobre scorso hanno portato in Vaticano la voce dei popoli indigeni dell’Amazzonia.

Dalla sua quarantena a San Paolo, padre Bossi tiene i contatti con tutti i leader delle comunità indigene, le più minacciate dalla pandemia, perché hanno difese immunitarie più basse, vivendo isolati, e per il difficile accesso a servizi sanitari troppo distanti. E ricorda come il Consiglio indigenista missionario della Conferenza episcopale brasiliana abbia denunciato “l’intenzionalità del governo di impedire che funzioni il sistema sanitario per gli indigeni”. La speranza, ci dice, viene dalla Chiesa, che si è schierata dalla parte degli ultimi, poveri e indigeni, e dagli stessi popoli indigeni, che si stanno organizzando per controllare e proteggere da soli le loro terre dallo sfruttamento predatorio indiscriminato, “visto che il governo non dimostra di volerlo più fare”.

In tutto questo, la pandemia “sta colpendo di più i poveri”, che hanno meno difese. Ci sono solo 7 letti negli ospedali pubblici per 100 mila abitanti, contro i 32 delle cliniche private. In Amazzonia il 48 per cento vive con 90 dollari al mese.

R. – Il Brasile, in generale, si sta avvicinando al collasso. La curva sta crescendo troppo in fretta. A Piquià de Baixo (nello Stato del Maranhao, nel Nord-est) , dove ho vissuto per molto tempo e nella regione Amazzonica, abbiamo la situazione più delicata. C’è una disuguaglianza regionale, con l’accesso molto fragile ai servizi sanitari. È la regione dove le persone sono più povere: il 48% della gente vive con 90 dollari al mese. Non abbiamo accesso all’acqua di qualità e alla rete fognaria. È la regione più minacciata e, se si associa a questo, la posizione del governo brasiliano molto ambigua, irresponsabile io direi, e che si carica sulla coscienza il peso di tante morti, questo spiega il motivo dell’aumento significativo dei contagi.

A Manaus per esempio non si è riusciti a creare le condizioni per un isolamento delle persone, anche a causa delle pressioni del polo industriale che aveva bisogno di lavoratori. E non si è riusciti a fare test e diagnosi e neppure a offrire un servizio ospedaliero significativo. Quind,i in alcune regioni dell’Amazzonia, siamo proprio al tracollo. Inoltre, la questione degli indigeni ci preoccupa molto: gli indigeni sono quelli più esposti per la loro bassa immunità. Il Consiglio indigenista missionario, che è un organismo della Conferenza episcopale brasiliana, dice che addirittura c’è una intenzionalità del governo per impedire che il sistema di salute indigeno funzioni. Abbiamo, quindi, una grande minaccia per questi popoli.

Per gli indigeni l’assistenza medica in questo momento è dunque insufficiente…

R. – Senza dubbio. Tra l’altro i dati relativi agli indigeni sono molto sottostimati: il governo sta calcolando solo i popoli indigeni che vivono nelle loro terre, mentre più del 40 per cento vive già nelle regioni urbane. Quindi non riusciamo ad avere dati precisi. Sono però quelli più minacciati: da una parte c’è la minaccia sanitaria del virus, dall’altra parte la distanza fisica e la pochissima disponibilità di servizi sanitari di accesso e di presenza medica.

E, infine, la questione ecologica. In questo periodo, a differenza di altre parti del mondo in cui si dice che “grazie al Covid-19 la natura è tornata a respirare”, in Amazzonia sono cresciuti gli attacchi con il disboscamento, con l’estrazione mineraria clandestina nelle terre indigene. E questo avviene perché è diminuito il controllo del governo. Tra il mese di marzo dell’anno scorso e marzo di quest’anno, c’è stato un aumento del disboscamento del 280%. Ora c’è una legge che sta minacciando 230 terre indigene. Si sta cercando di riaprire l’estrazione mineraria nelle loro terre. Quindi i popoli indigeni sono attaccati come in una morsa da questo doppio contesto che peggiora ulteriormente, considerando la crisi politica gravissima che abbiamo oggi in Brasile.

Che ricadute ha sull’economia indigena la quarantena e il fermo, per frenare il contagio, di moltissime attività?

R. – L’economia dei piccoli territori, delle regioni più isolate, é garantita quando si permette l’investimento sulla produzione locale e sul piccolo commercio locale. Ma questo oggi è totalmente negato: le scelte a lungo termine stanno investendo più sull’agrobusiness e sul saccheggio di queste regioni. E poi viene negato dal blocco fisico della quarantena, che sta mettendo in ginocchio la possibilità di queste regioni di produrre. L’unica soluzione continua ad essere quella di incentivare la produzione locale: è solo nel territorio locale che questi popoli più legati al loro territorio, più isolati, riusciranno a mantenersi in pienezza e in una integrazione vera e piena con la natura.

C’è la possibilità, per voi missionari e per la Chiesa brasiliana, di proseguire la pastorale on-line? Riuscite a mantenere i contatti, almeno telefonici, nelle zone non raggiunte da internet?

R. – C’è una pluralità di situazioni nelle regioni. Alcune sono più accessibili, altre meno. Sono molto contento di come si stia muovendo la Chiesa: sta cercando di affrontare la pandemia in una maniera plurale. Con la solidarietà organizzata: proprio nel giorno di Pasqua, è stata lanciata una campagna a lungo termine dalla Conferenza episcopale insieme alla Caritas. Ed è una campagna che non cerca solo di affrontare l’emergenza immediata.Cerca di strutturare la solidarietà in modo che sia permanente. La Chiesa sta anche mettendo il dito nella ferita, denunciando quelli che sono gli atteggiamenti che possono precludere il recupero di questi territori e che, anzi, li stanno condannando doppiamente. E poi questa presenza di speranza, la capacità di stare vicino alla gente e di celebrare con loro, anche se lo si può fare solo a distanza. La volontà di coinvolgerli, di promuovere momenti di preghiera e di incontro familiare nelle loro case, che diventano chiesa domestica. C’è tutto un lavoro molto creativo e molto capillare che cerca di mantenere viva e di alimentare la speranza. Stiamo riscoprendo la possibilità e il potenziale della comunicazione on-line ma, soprattutto, il protagonismo dei laici e delle laiche nelle loro case e nei loro spazi. E questo con più tempo per la riflessione, per la meditazione della Parola di Dio, per la condivisione domestica. In questo senso, si sta anche delineando e rafforzando un volto di Chiesa che può essere anche decentralizzato. Questo permette una interazione viva tra il carisma e il ministero dei pastori e il valore dei laici, che hanno accesso e colgono il sapore della Parola di Dio.

Crede che cambierà qualcosa nella vita di queste comunità, quando si potrà tornare a vivere insieme e finirà la minaccia di questo virus?

R. – Purtroppo, ci sono le prove che questo virius colpisce sempre di più i poveri. La reazione, la forza delle popolazioni povere è molto più bassa. I servizi pubblici e gli ospedali offrono 7 letti su centomila persone mentre il privato ne offre 32. Quindi da questa pandemia si salveranno soprattutto le persone, i gruppi, le comunità e i settori sociali che hanno più risorse e strutture. Non sappiamo quanto durerà questa pandemia qui in Brasile. I ritmi sono molto lenti e diversificati, date le grandi distanze, ma abbiamo l’impressione che ne usciremo più deboli, più diseguali: il lutto e la fatica si caricano di più sulle spalle dei poveri. L’Amazzonia viene attaccata in modo più grave in questo momento e si sta avvicinando sempre di più al punto di non ritorno.

Dove trovare speranza in questa situazione?

R. – La speranza viene dal fatto che, secondo me, i popoli indigeni sono sempre più organizzati. Si stanno muovendo addirittura per l’autogestione e l’autocontrollo delle loro terre. E questo avviene in un momento in cui il governo non dimostra di volerli proteggere. Loro stessi si stanno ritirando di più nell’interno della foresta, o stanno chiudendo in modo più deciso l’accesso ai loro villaggi. Dato che in aprile i popoli indigeni realizzano un grande manifestazione a Brasilia, riunendo tutti i loro rappresentanti per presentare al governo le loro rivendicazioni, in questi giorni lo stanno facendo on-line. Questo è molto interessante: l’accampamento “Terra libre” on-line. Quindi l’organizzazione indigena si sta rafforzando per rispondere a queste minacce e la Chiesa è con loro. E’ importante stare dalla parte dei più poveri in un momento in cui le minacce sono più forti.

Da Vatican News

Previous ArticleNext Article